Hermann (pt.1)

HERMANN (P.B.)
Diario di bordo dell’omonimo film, mai girato.

Hermann è una sorta di essere volatile, intangibile ma palpabile allo stesso tempo.
Su Hermann abbiamo costruito tutti tante fantasie, abbiamo nutrito molte speranze.
Con Hermann abbiamo cibato la nostra curiosità per giorni cercando di strappare anche un piccolo pezzo di lui, un lembo della sua veste, spiandolo dalla serratura.
Volevamo sapere tutto e subito.
Hermann è riservato ma al tempo stesso molto aperto, sa diventare anche odiosamente logorroico. Ha sempre una parola per tutto e per tutti, racconta mille storie. O forse milioni, o miliardi. Non smette mai di raccontare.
Bisogna saperlo prendere, a volte è un po’ criptico, a volte si infervora parlando del suo passato.
Pensavo di aver scoperto molto di Hermann prima del fatidico giorno in cui ci saremmo finalmente incontrati, in realtà mi rendo conto che sapevo pochissimo, che Hermann non si può sbrogliare facilmente come un gomitolo, è più come un intreccio di cavi: ne disfi un pezzo, ma in realtà hai creato un ingarbugliamento ancora peggiore.
Ecco, bisogna saperlo sbrigliare.

Mattina. Grigiore nel cielo.

Mi incammino.
Oggi è il grande giorno.
Chissà com’è fatto? Chissà che voce ha? Chissà che tipo è? Domande stupide. Tra un’ipotesi e l’altra però sono arrivata.
Suono.
Ci mette un po’ ad aprire. Devo suonare di nuovo? Non è che il citofono non funziona? Non è che dorme e l’ho disturbato? Eppure l’appuntamento era a quest’ora.
Apre.

Casa di Hermann. Luce soffusa dalle finestre. Sul tavolo c’è ancora la tazza della colazione.

Hermann è cortese, un uomo grande, con gli occhi scuri, i capelli scuri, la carnagione olivastra. Avrei pensato ad un uomo nordico, alto, magro, occhi azzurri, capelli biondi, e freddo. Invece no.
E’ molto imbarazzante. Tutte le volte che vedi una persona nuova non sai mai cosa dire, da dove cominciare e speri sempre che sia l’altro a dire qualcosa. Così è.

Lo ascolto attentamente, ma mi rendo conto che non colgo tutto quello che vorrebbe dire. I sottesi mi sfuggono.
Ma mi fido di Hermann, sorride trasmettendo sana semplicità e intelligenza.
I gesti decisi suggeriscono familiarità con ogni cosa, esperienza, vissuti intrisi di insegnamenti.
Ma negli occhi nasconde un po’ di malinconia o di speranza, non so bene.

Immancabilmente cadono quei silenzi un po’ imbarazzanti in cui nessuno sa cosa dire.
Il cane decide di distendere l’atmosfera chiedendo incessantemente attenzioni al suo compagno di vita. Mi fa sorridere.

Hermann ama quella bestiona, si capisce subito, gli parla come se fosse umana. Forse vorrebbe essere un non-umano.

Scopro che Hermann ha vissuto una vita veramente piena. Sa tutto di tutto. Dà consigli al cane come se volesse condividere con qualcuno gli insegnamenti che ha ricevuto dalla sua vita. Lui lo ascolta, tra una riflessione e l’altra abbaia come per sottoscrivere. Alla fine lo sa che essere uomini non è poi così semplice come sembra. Anche Hermann lo sa.
“Se solo potessi vivere un giorno da non-umano..”, dice.
Leggo un po’ di ammirazione plutarchea per gli animali, la loro fedeltà autentica alla natura, senza egoismi, debolezze, passioni impure e piaceri costruiti contro natura.
O forse è solo un po’ di rancore per il genere umano.

Si è solo rancore per l’uomo. Come diceva quel mio amico “basterebbe un po’ più di amore in questo mondo abbastanza malato”. Hermann sembra voler dargli ragione.

Da qui è tutto un crescere di sana critica: le illusioni, i sogni, le speranze, le bugie,  le parole degli uomini, tutto sembra aver disilluso Hermann della bonarietà della razza umana.
La Terra è buona, lei si. L’uomo no. E’ corrotto, smarrito, ignorante.

Invece lui, lui è uno che ne sa una più del diavolo. Ha visto già tutto nella sua seppur breve vita. E, in fondo, nutre un amore spropositato per tutto.
Hermann, alla fine, è innamorato.
E’ innamorato della donna.
Della Terra, che infatti è donna.

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